Ansia e insoddisfazione sul lavoro: cosa fare quando non puoi licenziarti
Scopri come agire quando il lavoro non ti rappresenta più
Tempo di lettura: 5 min
Indice dei contenuti:
1. Come capire se un ambiente di lavoro non fa più per te
1.1 Segnali interiori di disagio sul posto di lavoro
1.2 Segnali di un ambiente di lavoro tossico
1.3 Cosa non va allora sul lavoro? Sono io o è l'ambiente?
2. Vorrei lasciare il lavoro ma ho paura
2.1 Il lavoro come unica fonte di motivazione
2.2 La famiglia non approva il cambio lavoro
2.3 Paura di rimanere senza lavoro
3. Dare le dimissioni è sempre la soluzione?
3.1 Mettersi in proprio come alternativa: pro e contro
3.2 Quando non è possibile cambiare lavoro
4. Come superare le difficoltà lavorative
4.1 Costruire un ambiente di lavoro sano
4.2 Investire su di sé quando il lavoro non cambia
4.3 Coaching professionale per pianificare un futuro lavorativo migliore
È settembre e nel tuo rientro dalle ferie hai un'energia incredibile, un viso rilassato e una voglia di tornare in ufficio con nuove prospettive. Le vacanze ti hanno dato quella tranquillità che stavi cercando e hai la sicurezza di poter riprendere a lavorare con un ritorno in grande stile.
Le prime ore del mattino passano e quella sensazione che speravi di aver lasciato due settimane fa è tornata, così presto.
Arriva la pausa pranzo e con essa anche la riflessione sul cercare di capire il perché ancora di questa sensazione che conosci bene, ma a cui non riesci a dare un nome preciso. È stanchezza? Ansia? O stress?
Che strano. Eppure stamattina non ti sentivi così.
Come capire se un ambiente di lavoro non fa più per te
Quando qualcosa non va, quando non ti senti più a tuo agio a lavoro è molto probabile che tu abbia già intercettato dei segnali particolari, inusuali, che ti stanno dicendo tanto e da tanto tempo ormai.
Non si tratta solo di sensazioni mentali, ma risiedono anche in una o più parti del corpo. Possono scaturire dell'interno, così come possono arrivare da fattori esterni. L'importante è riconoscerli e comprendere come ti senti.
Segnali interiori di disagio sul posto di lavoro
Ti siedi in ufficio e nonostante tutte le buone intenzioni, il riposo e l'energia rinnovata dalle ferie (o dal weekend) senti un blocco allo stomaco, una stanchezza fisica, l'udito diventa ovattato e la voce cala improvvisamente.
Potresti pensare: "Sarà una sensazione passeggera."
Così fai un'altra attività, arriva la soddisfazione di averla completata, ma dura ancora per altri due minuti per poi svanire via.
Come puoi capire di cosa si tratta?
Fissa lo schermo, tieni una mano sul mouse e l'altra sulla tastiera. Nessuno si accorgerà di questo momento di riflessione. Prendi un respiro.
- Da quale parte di te viene la sensazione che stai provando?
- Se quella sensazione potesse parlarti, cosa ti direbbe?
Lascia che le risposte arrivino, con i loro tempi, senza giudizi.
Apri un foglio di blocco note se preferisci e inizia a scrivere.
- Dai un nome a quella sensazione, come se le stessi parlando
- Cosa senti di dirle tu?
Questo dialogo ti appartiene e nessun'altra persona meglio di te può conoscere la risposta, le parole che hai usato e dove vogliono portarti. Tienile per te e rileggendole a fine giornata.
Da queste puoi intercettarne i segnali di disagio, individuando i termini che ti colpiscono di più, le negazioni e ripetizioni, così che possano essere come porte verso le risposte che stai cercando.
Segnali di un ambiente di lavoro tossico
Dopo aver dedicato uno spazio a te ed esplorato come ti senti realmente a lavoro, l'analisi dell'ambiente stesso è il passo successivo per capire se ti appartiene ancora.
L'ambiente di lavoro è un luogo che vive di responsabilità, di comprensione e riconoscimento, rispetto, dialogo e reciprocità. Se questi valori mancano, qualcosa è destinato a logorarsi e rompersi prima o poi, anche se il fatturato va a gonfie vele. Quindi, prima ancora delle esperienze, sono le persone che fanno l'azienda, su tutti i livelli.
Iniziando dalla comunicazione, in un ambiente di lavoro tossico:
• non c'è un dialogo solido e aperto
• c'è troppa distanza relazionale
• gli sguardi sono su due altezze diverse
• non si percepisce fiducia
• vi sono pettegolezzi e non detti
• avvengono spesso conflitti e si alza la voce
Dal punto di vista del carico di lavoro:
• si richiedono spesso straordinari
• le task force in situazioni di emergenza diventano la quotidianità
• si deve imparare tutto troppo in fretta
• ogni scadenza la si raggiunge in affanno
• si viene delegati anche per micro-attività
• in ufficio si percepisce una tensione generale
In merito alla gestione del personale:
• vengono fatti notare solo gli errori, colpevolizzando
• vi è un continuo scarico di responsabilità fra le gerarchie
• si condividono problemi, senza cercare soluzioni
• non si riconoscono gli obiettivi raggiunti
• c'è un forte distacco da parte delle figure responsabili
• le risorse umane sono assenti o autoritarie
Concentrandoci sulle prospettive di crescita:
• solo alcune persone vengono valorizzate
• vi sono discriminazioni per età, caratteristiche fisiche e provenienza
• si verificano molte dimissioni, seguite da assunzioni (elevato turnover)
• il riconoscimento economico non è equamente distribuito
• le promesse indicate in sede di colloquio non sono rispettate
• le mansioni previste cambiano molto spesso.
Cosa non va allora sul lavoro? Sono io o è l'ambiente?
Non c'è una vera e propria parte "colpevole".
Ogni contesto, perché funzioni, deve vivere di reciprocità, guidata da quel desiderio dell'azienda, così come dei dipendenti, di perseguire gli obiettivi e la missione stessa per cui esiste.
Si tratta quindi di una responsabilità condivisa, dove le persone che compongono l'azienda sono singole identità che portano il proprio valore aggiunto all'identità più grande del brand.
Ci si impegna nel sostenersi, nel formarsi, nel dialogare e anche sacrificare parte del proprio tempo quando necessario.
Ma se ciò diventa la quotidianità, nonostante i tuoi tentativi di avanzare idee e innovazione:
• l'impegno è portato avanti solo da poche persone
• la comunicazione non migliora
• i processi continuano ad avere sempre gli stessi problemi
allora non tutte le persone stanno contribuendo alla crescita dell'azienda, ma stanno creando un disequilibrio che porta ad avere difficoltà non più arginabili nel tempo.
Ciò che succede, soprattutto quando in un contesto aziendale si entra con un contratto di stage come prima esperienza, è quella percezione che un ambiente tossico venga considerato come normale, convincendosi che "dappertutto è così". Allora ci si accontenta, diventando parte di un sistema che già non funziona. E si diventa invisibili, per sé e per gli altri: come un numero che deve produrre con la testa abbassata.
E quando ti rendi conto, anche dopo anni, che ti trovi in un ambiente di lavoro che non ti rappresenta più non è mai troppo tardi. Hai sempre tempo per agire verso quel cambiamento che è già scaturito in te, che ti ha dato modo di osservare da un altro punto di vista qualcosa che non avevi notato prima d'ora.
I numerosi tentativi ti portano allora verso un pensiero che è iniziato ad aleggiare fra colleghi e colleghe. Vorresti andare via, ma non per tutti il licenziamento è la soluzione, forse neanche per te.
Vorrei lasciare il lavoro ma ho paura
Sentire nominare o leggere la parola "lavoro" fa pensare subito al concetto di sicurezza oppure di stabilità e tranquillità. Nel momento in cui è il lavoro stesso a non rappresentare questi concetti, potresti arrivare a pensare che non ci siano alternative e accontentarti, nonostante tutte le difficoltà. A maggior ragione se unicamente per lavoro hai scelto di allontanarti dai luoghi che hai vissuto.
Sì, avere paura è umano.
Ed è anche un indicatore che non ti stai adagiando, ma sai già che stai guardando fuori dalla finestra dell'ufficio immaginandoti in un nuovo contesto.
Il lavoro come unica fonte di motivazione
Sei consapevole di dover sperimentare un cambiamento, apportare qualche miglioria alla situazione che vivi.
Ci sono giorni in cui vorresti mollare tutto, altri in cui, il completamento di un'attività soddisfacente, un sorriso accennato alla macchinetta del caffè o il riconoscimento per aver fatto un buon lavoro, fanno tornare in te quella motivazione di un tempo che ti aveva spinto a credere nella candidatura per quel posto. Altre volte, queste dinamiche si verificano nella stessa giornata, fra alti e bassi, facendoti tornare a casa in totale confusione.
Cosa voglio davvero?
Se un evento che avviene sul lavoro scaturisce una motivazione che dura solo pochi minuti, per poi farti ritornare nel baratro, questo è già un segnale che qualcosa non va.
Diversamente, se un evento più o meno piacevole non scompone quella percezione che hai di te e del tuo posto di lavoro, allora stai vivendo in una situazione di equilibrio, dove anche un piccolo problema non provoca un calo improvviso del tuo umore.
La famiglia non approva il cambio lavoro
La tua scelta è stata molto precisa: andare via anche a chilometri e ore di distanza pur di fare quel lavoro o di trovarne uno attinente ai tuoi studi. Così pensi ai sacrifici che la famiglia ha fatto per te, ai lavoretti che hai intrapreso per dare il tuo contributo nel mantenerti.
E poi, cosa succederebbe se la tua famiglia sapesse di come ti senti davvero?
Potrebbe non approvare tutto questo.
Forse hai già provato ad anticipare loro del tuo stato d'animo, nonostante i possibili giudizi, ma non ti è stata restituita quella comprensione che ti aspettavi. È vero, la tua forza è grande, ma chi altro può sostenerti allora se non la famiglia?
Chi ti è vicino può comprenderti sì, ma fino a un certo punto, perché non ha vissuto la tua stessa vita. Probabilmente le persone accanto a te sono di una generazione precedente alla tua e le cose cambiano così velocemente che i percorsi che hai visto funzionare negli altri potrebbero non funzionare anche per te.
Con la mia famiglia ho avuto negli anni diversi scontri e incomprensioni, sia quando a Bologna volevo cambiare lavoro a causa di un ambiente fortemente tossico, sia quando, anni dopo il cambiamento, ho scelto di tornare a vivere in Calabria come libero professionista, cambiando totalmente il settore di lavoro: dall'ingegneria automotive alle risorse umane.
Allo stesso modo non puoi aspettare che siano gli altri a darti la soluzione del tuo percorso di vita, perché qualsiasi scelta è di tua piena responsabilità.
Puoi tuttavia parlare apertamente con le persone che hai accanto, un po' per volta, perché sono le stesse che hanno creduto in te negli anni e che, contro ogni cambiamento generazionale, ti vorranno ugualmente bene e ti sosterranno nelle modalità che hanno imparato dalle loro esperienze.
Sia tu che loro, da questi discorsi, potreste conoscere lati di entrambe le parti che non avevate mai esplorato e sperimentato.
Il dialogo è un'inesauribile fonte di supporto, condivisione e chiarimento.
Paura di rimanere senza lavoro
È naturale e umano provare un sentimento di paura quando senti l'esigenza di voler cambiare lavoro. Questo perché il lavoro, nella sua misura più semplice, non solo permette di pagare le bollette, ma è in grado, in un senso molto più ampio del termine, di restituire soddisfazione ed equilibrio quotidiani.
Si lega anche al concetto di stabilità, economica ed emotiva, nonché la base per costruire, coltivare e proteggere una famiglia. E poi, perché no, anche togliersi sfizi o esplorare i luoghi meravigliosi del mondo.
Rimanere senza lavoro è una condizione che spaventa.
Da un lato fa risalire, direttamente dallo stomaco, un senso di sconfitta personale e professionale.
Dall'altro può essere vista come un'opportunità per respirare, raccogliere le idee e capire come tornare a rimettersi in gioco.
Mi sento anche di dirti che, consapevole dei molti tentativi e del tempo che hai investito per farti andare bene la situazione attuale, le emozioni possano portarti a una scelta drastica e forse non completamente lucida. Per questo dare le dimissioni non è sempre la soluzione. Nella prossima sezione ti spiego delle strategie alternative per coltivare il cambiamento che stai vivendo senza fare scelte azzardate.
Dare le dimissioni è sempre la soluzione?
Nel periodo che stai vivendo può succedere qualcosa di particolarmente strano: le dimissioni diventano l'unica via d'uscita da prendere per risolvere tutto.
Così ti informi, visiti media e segui storie di persone che ce l'hanno fatta. A fare cosa poi?
I media stessi e gli algoritmi ti portano poi ad addentrarti in quell'argomento, spesso accompagnati da una vena comunicativa che mette fretta a lasciare il lavoro e per la maggior parte a metterti in proprio.
Ma è davvero la strada migliore per te? Solo tu conosci la risposta.
Vediamo diversi punti di vista, che puoi valutare in autonomia, partendo proprio dalla libera professione.
Mettersi in proprio come alternativa: pro e contro
Ah quant'è bella la libera professione: scalabilità del lavoro, alti numeri di fatturazione, viaggi in barca e fotografie ai piedi delle più belle viste del mondo.
Ehm... non proprio. Questo è quello che ti mostrano ma non è sempre la verità.
Gli aspetti positivi dell'essere freelance o fare imprenditoria risiedono nella possibilità di gestire autonomamente il tuo tempo, scegliendo di valorizzarlo con la piena responsabilità, personale e lavorativa, di ciò che stai facendo e delle persone di cui hai scelto di prenderti cura, te in primis.
Puoi scegliere con chi lavorare e intraprendere attività che vengono incontro a tutte le tue sfaccettature multipotenziali, combinandole nella missione più grande che porti con te e che desideri portare a beneficio del prossimo.
Tutto il resto, tutte le modalità, tutte le difficoltà, sono parte di questa scelta consapevole che arriva in maniera naturale.
Gli aspetti negativi sono correlati al fatto che, quando sei in libera professione, tutto il sistema azienda che vedi intorno a te sei unicamente tu. Dalla gestione delle spese, alle risorse umane. Dalla promozione commerciale alla fatturazione. Questa scelta ti porta ad affrontare aspetti di te molto profondi che finora potresti aver sperimentato solo in parte.
Puoi trovare alcuni spunti nel passaggio da dipendente a freelance in questo articolo che ho trovato sul web.
Per me è stata un'enorme lezione per imparare ad avere pazienza, a disabituarmi nell'avere uno stipendio sicuro al mese e al fatto che potessi togliermi sempre sfizi, nonostante abbia sempre gestito la parte economica come una formichina. Rinunce nel primo anno di partita iva come mangiare una pizza con gli amici o acquistare un manga sono state necessarie per riequilibrare il concetto di denaro.
E se invece non volessi fare un salto nel buio?
Puoi scegliere di continuare a lavorare comunque come dipendente e aprire la tua partita iva.
Si può fare! È un'alternativa e potrebbe anche essere una soluzione.
Scrivimi dalla pagina contatti se hai voglia di parlarne un po' insieme.
Quando non è possibile cambiare lavoro
Il lavoro su cui hai creduto così tanto ti ha portato a compiere scelte lecite, come acquistare un'auto per poterlo raggiungere facilmente e in sicurezza. Oppure una casa, per la quale hai acceso un mutuo per evitare di sostenere costi di affitto, in un luogo su cui speravi di poter trascorrere tutto il resto della vita.
Magari hai la responsabilità di una famiglia, il cui benessere dipende anche o unicamente da te.
Non è così semplice lasciare un lavoro che non ti rappresenta più.
Allora cosa puoi fare?
Se hai la necessità di prenderti del tempo per te, per comprendere meglio le prospettive personali e lavorative che desideri intraprendere, puoi:
• usufruire di ore o giorni di permesso
• staccare la spina e ricaricarti, sfruttando qualche giorno di ferie
• chiedere un part-time o un periodo di aspettativa
Quest'ultimo punto richiede un approfondimento particolare, che trovi spiegato molto bene in questo articolo.
Sono tutti approcci che ti permettono di ragionare a mente lucida, riflettendo su cosa fare concretamente per superare questa sensazione di blocco o di limite personale e lavorativo che stai vivendo.
Tutto parte (o riparte) da te.
Dalle tue sensazioni e dalle risorse che hai a disposizione per agire verso il cambiamento che internamente stai già vivendo.
Non è mai troppo tardi. Sei sempre in tempo per agire verso un cambiamento. Tassello dopo tassello.
Come superare le difficoltà lavorative
Sono molti i motivi che ti impediscono di cambiare lavoro. E in questo momento non puoi fare scelte azzardate.
Ma è davvero tutto perduto o puoi fare ancora qualcosa per migliorare il luogo in cui lavori?
Puoi sicuramente coltivare l'ambiente, le tua routine e il modo in cui vivi le giornate in ufficio. Investire su di te per crearti nuove prospettive o farti supportare da una guida fidata.
Vediamo insieme nel dettaglio questi aspetti.
Costruire un ambiente di lavoro sano
Cos'è che ti fa chiudere lo stomaco quando arrivi a lavoro, fin dai primi minuti?
Una stanza rumorosa, il disordine, oppure le continue interruzioni?
Coltivare il tuo ambiente di lavoro ti permette di viverlo meglio, al di fuori di come hai imparato a conoscerlo e senza rassegnarti al fatto che è sempre stato così.
Ci sono tanti comportamenti automatici che hai adottato nel tempo e che ti impediscono di guardare oltre le routine. Ma cosa succede se inizi ad apportare cambiamenti, fin dalle piccole cose?
Inizia dalla scrivania. Dai uno sguardo e controlla se è pulita, spolverata e in ordine. Verifica che tutti gli oggetti siano al posto che gli hai assegnato, perché possano allietare e facilitare le tue giornate.
Se ci sono troppe carte forse è il momento di fare spazio e trovare una collocazione alternativa, magari catalogata e in un apposito armadietto, visto che probabilmente si tratta di informazioni confidenziali.
Verifica anche di sederti davanti al pc in posizione ergonomica, con la giusta illuminazione dello schermo per non affaticarti gli occhi.
A proposito di seduta, quanto tempo trascorri in piedi durante le ore lavorative?
Usa un cronometro sul telefono e misura dopo quanto tempo la tua attenzione cala. Ecco probabilmente quello è il momento in cui hai la necessità di staccare, anche solo per una passeggiata di cinque minuti, magari all'aria aperta.
E visto che siamo in tema di passeggiate, cosa fai durante la pausa pranzo?
Potresti concederti una sessione di camminata più lunga, ascoltare musica oppure semplicemente concentrarti sui suoni della natura se vicino a te c'è un parco o comunque una zona isolata dal traffico.
Un'alternativa è anche quella di leggere un libro. Così hai un quarto d'ora tutto per te per escluderti completamente dal mondo e immergerti nelle pagine e nelle parole con cui hai scelto di farti trasportare. Può trattarsi di una storia, ma anche di un libro sulla crescita personale.
Alla macchinetta del caffè, quanto davvero stacchi dal lavoro?
Il rischio è di continuare ad affrontare sempre gli stessi argomenti, da cui fino a due minuti prima hai scelto di prendere le distanze per una pausa. Questa è una preziosa occasione per aprirti da un punto di vista personale, raccontarti e lasciare che gli altri facciano allo stesso modo. Così un sorriso può diventare una motivazione per creare un ambiente più vivibile e leggero.
Se i colleghi e colleghe delle risorse umane sono persone accoglienti e imparziali, parlane con loro. Porta le tue idee per migliorare l'ambiente di lavoro in cui ti trovi. Sono lì anche per questo ed è loro dovere ascoltare le proposte che arrivano dalle persone che vivono gli uffici.
Ti anticipo che, se ti trovi in un ambiente dalle dinamiche meccaniche, algoritmiche e prevedibili, una tua azione diversa dal solito potrebbe destare perplessità nelle persone che vivono lo stesso luogo. Ma questo non è un tuo problema, in fondo stai esprimendo la tua identità.
Investire su di sé quando il lavoro non cambia
In quella sensazione del "qualcosa non va" c'è molto più di te di quanto tu possa pensare.
Racconta della tua infanzia, delle tue passioni e desideri, di ciò che avresti sempre voluto fare e che negli anni hai messo da parte per via di tutti gli obblighi e le responsabilità della vita.
Ma quando hai raggiunto quello stesso regime lavorativo che ti dà poco spazio di manovra, insieme alle attività che conosci bene e che sono diventate ripetitive, puoi prenderti la libertà di confinare i problemi lavorativi al loro ambiente e prenderti del sano tempo per te quando le porte dell'ufficio si chiudono alle tue spalle.
Ecco allora che entra in gioco quel momento fatidico della giornata in cui puoi investire su di te.
A casa o in un luogo neutro, puoi approfondire gli argomenti che ti rendono felice, che ti fanno sentire a tuo agio. Non importa quali siano o cosa potrebbero pensare le persone accanto a te. Sono tuoi e di nessun'altra persona.
Puoi svolgere un lavoro di ingegneria e amare il macramè.
Puoi lavorare in linea di produzione e appassionarti al collezionismo.
Tutto è lecito, purché ti faccia stare bene.
Perché allora non liberare la mente svolgendo queste attività?
Chissà, magari potrebbero diventare il tuo lavoro principale o anche il piano B.
Quest'ultimo tra l'altro può essere un valido modo per diversificare le tue entrate.
Informarti attraverso libri, guide, video, è una strategia che ti permette di definire meglio il tuo percorso di vita e lavoro, orientandoti verso una o più scelte che ristabiliscono un equilibrio.
Allo stesso modo, non solo puoi pensare di costruire un altro lavoro, ma anche di cercarne un altro più affine a ciò che stai già svolgendo e che conosci bene, magari in una nuova realtà aziendale. E anche se all'inizio può sembrare complicato e ci vorrà del tempo, basta un'oretta al giorno per programmare una nuova strada per la tua vita.
Inizia sempre dal primo passo, quello più piccolo e necessario che reputi più adatto per dare una sferzata di novità a questo senso di inerzia, di trascinamento.
E se ami il tema della multipotenzialità abbinata alla ricerca di una nuova attività lavorativa, ti consiglio di leggere il libro "Diventa chi sei" di Emilie Wapnick.
Coaching professionale per pianificare un futuro lavorativo migliore
Quando ce l'hai messa tutta leggendo libri, confrontandoti con persone fidate, seguendo videocorsi e frequentando eventi di settore, ma senti la necessità di un supporto più focalizzato su di te, è il momento opportuno per lasciarti accompagnare dalla guida di un coach professionista.
Si tratta di una figura che ha vissuto esperienze molto simili a ciò che stai affrontando e che ha scelto di trasformare quelle stesse dinamiche in un lavoro e in strumenti da restituire al prossimo.
Un coach, formatosi opportunamente con realtà riconosciute, sa quali domande e osservazioni porti per aprirti a riflessioni e consegnarti strumenti che ti permettono di guardare e pianificare strategie per agire al di fuori di una quotidianità che sembra non avere prospettive.
Nel mio caso mi sentivo solo un numero e ho scelto di non far sentire come tale il prossimo, mettendomi a disposizione come coach certificato.
Ho un passato da ingegnere e la capacità di abbinare i concetti del coaching a strategie di pianificazione e di ottimizzazione di tempi e costi, per permetterti di raggiungere quegli obiettivi a cui stai pensando.
Perciò, eccomi!
Sono qui apposta per supportarti in questo percorso di vita e lavoro.
Hai la piena libertà di visitare la mia pagina dedicata al coaching, oppure scrivermi dai contatti.
Grazie per la lettura e a presto,
Andrea
